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La legge è legge

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Il contrabbandiere italiano Giuseppe La Quaglia e il gendarme francese Fernand Pastorelli sono in perenne conflitto. Musiche di Nino Rota

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“C’è sempre un verme nella pera e un doganiere alla frontiera”: è così che il contrabbandiere Giuseppe La Paglia, interpretato da Totò, ci introduce nel duello quotidiano che ha con il gendarme francese Ferdinand Pastorelli, cioè Fernandel, nel film diretto nel 1958 da Christian-Jaque La legge è legge. Prodotto da Franco Cristaldi, il film è tratto da un soggetto di Jacques Emmanuel e Jean-Charles Tacchella e dalla sceneggiatura del duo Age & Scarpelli, autori anche dei dialoghi italiani, di Jean Manse e degli stessi Emmanuel e Christian-Jaque.

Ambientato nella cittadina immaginaria di Assola, posta lungo il confine italo-francese, in realtà La legge è legge è stato girato quasi interamente a Venafro, una località in provincia di Isernia dove nel 2017, nel sessantesimo anniversario dell’inizio delle riprese, è stato presentato al pubblico il progetto In memoria di Totò e Fernandel a Venafro. Alla fine degli anni ’50 a Venafro non esistevano hotel e Totò alloggiava in una bella casa del centro storico dalla quale usciva non soltanto per recarsi sul set, ma anche per portare a passeggio i suoi cani: Dick, che il principe De Curtis chiamava “il barone”, e Peppe, soprannominato “visconte di Lavandù”. Totò non smentì la sua innata simpatia intrattenendosi spesso con la popolazione locale alla quale, fra il serio e il semiserio, elencava i suoi numerosi titoli nobiliari: Altezza Imperiale, Principe Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero, Ufficiale della Corona d’Italia, Cavaliere della Gran Croce dell’Ordine di Sant’Agata e San Marino e infine Marchese di Tertiveri. Quest’ultimo però cercava di menzionarlo il meno possibile “per non apparire troppo presuntuoso”.

Ma se di Totò conosciamo tutto, in Italia Fernandel lo si ricorda soltanto per la sua interpretazione di Don Camillo nella celebre serie Don Camillo e Peppone, tratta dai racconti di Giovannino Guareschi. A colmare la lacuna ci ha pensato Fulvio Fulvi, redattore di “Avvenire”, il quale nel 2015 ha dato alle stampe l’unica monografia mai pubblicata nel nostro paese sull’attore, impreziosita da una bella introduzione di Tatti Sanguineti. A proposito de La legge è legge, Fulvi replica a quella parte della critica italiana che ritiene il personaggio di La Paglia sacrificato a favore di quello di Pastorelli, grazie alla maggioranza francese nella scrittura e regia del film: per Fulvi Fernandel non “esisterebbe” se non ci fosse Totò a fargli da contraltare.

La legge è legge è una sorta di Guardie e ladri in salsa italo-francese: se nel film di Mario Monicelli e Steno abbiamo la faccia paciosa di Aldo Fabrizi, in questo di Christian-Jacque c’è quella di gomma, con la bocca di cavallo di Fernandel. Il punto nodale de La legge è legge, continua Fulvi, è la frontiera, i senza patria, i sans papier come Pastorelli che scopre di essere nato in Italia da madre italiana, padre ignoto e cresciuto in Francia: è italiano o francese? Ius culturae o ius soli erano concetti impensabili nel 1958, non c’era ancora l’Europa unita, non si poteva varcare la frontiera senza controlli, i confini erano ben marcati.

Nella sceneggiatura affiora qua e là un po’ di spocchia francese, Pastorelli è un personaggio positivo, La Paglia no, anche se nel finale si riabilita. Nel raccontare Fernandel, del quale il 26 febbraio 2021 cadrà il cinquantesimo anniversario della scomparsa, Fulvi inizia col darci quella che probabilmente per il pubblico italiano è una sorpresa: stakanovista nel suo lavoro con una media di quasi quattro film all’anno per quarant’anni di carriera, negli anni ’50 e ’60 in Francia Fernandel condivideva la grande popolarità con il solo Jean Gabin. La sua comicità è tipicamente francese: di fronte a una valigia zeppa di collant di contrabbando, Pastorelli chiede a La Paglia se sua suocera sia un millepiedi. Fulvi precisa che Louis de Funès e Jacques Tatì nel loro Paese non provocavano le stesse risate che caratterizzavano invece le performance di Fernandel.

A scoprire le doti artistiche di Fernandel era stato lo scrittore Marcel Pagnol, il quale introdusse l’attore nel mondo del cinema, dopo averlo conosciuto nei teatri di provincia. Fernandel era nato a Marsiglia e pur vantando nonni piemontesi e avi liguri, alcuni dei quali erano stati guardie di frontiera proprio sul confine transalpino, si sentiva francese fino al midollo. Il suo vero nome era Fernand-Joseph-Désiré Contandin, ma scelse Fernadel grazie alla sua futura suocera che lo chiamava così. Legatissimo alla sua Provenza, durante i soggiorni in Emilia per le riprese dei vari Don Camillo e Peppone, non si privava mai della cucina francese, grazie anche alla bravura ai fornelli della sua segretaria. Unica concessione alle nostre specialità fu il parmigiano reggiano, una scoperta che Fernandel dovette a Gino Cervi. Ma il famigerato sciovinismo transalpino non solo impedì a Fernandel di gustare le tante altre prelibatezze emiliane, ma spinse gli sceneggiatori de La legge è legge a inserire una frase nei dialoghi che a noi italiani suona ancora blasfema: “per cucinare una buona bistecca occorre farlo con il burro e non con l’olio, che fra l’altro fa ingrassare di più”.

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